Il coaching: perché la strada giusta non basta

Quante volte vi è capitato di chiedervi se la strada che state percorrendo sia quella giusta? O meglio sia veramente la “vostra” strada? E’ una domanda scontata, talmente naturale da risultare banale. Personalmente, non saprei nemmeno indicare il numero di volte. E non penso di essere una persona senza certezze. Infatti penso che la vera domanda interessante sia: quando ti chiedi questo, che cosa fai, dopo?

Una volta trovata la strada giusta, come gustare il cammino?

Me lo sono chiesto tante volte, ma ce ne è una in particolare che vorrei condividere. Una mattina dello scorso inverno, stavo salendo le scale della metro di Duomo in un pallido, freddo, un po’ normalmente anonimo, mattino Milanese.
Recandomi al lavoro vedo di sfuggita, riflessa, la mia immagine sulla vetrina di un noto negozio di abbigliamento. Nulla di strano, normalmente al mattino mi guardo sempre allo specchio prima di uscire. Per controllo.
Tuttavia era tanto che non mi vedevo “in movimento”. Cosa abbia fatto scattare il tutto non riesco a spiegarlo e forse non è neanche così interessante. Quello che so è che mi sono venute fuori spontanee, disordinate nella loro naturalezza quelle domande che normalmente si tendono ad escludere o a ritenere sciocchezze: “perché quel file excel deve essere preparato con tutta questa fretta? Servirà veramente?” e “ ma tutte quelle call in cui si sa già che cosa ci vorranno far fare che senso hanno, perché perdiamo tutto questo tempo?”. Ovviamente, nel loro scorrere libero le domande diventavano più grandi. E più scomode: “che cosa mi piace VERAMENTE di questo lavoro? Che cosa mi piace di quello che faccio?”.
il coaching cos'è e come può aiutarti

Foto: Alice Raimondi

Il controllore della nostra vita siamo noi

Giù a questo punto il controllore che c’è nel mio cervello alza la sua paletta e dice stop alle domande! Con la stessa sicurezza in cui Cattelan dà lo stop al televoto di XFactor. Senza replica. Tuttavia quel giorno la diga non teneva, la mia autoprigione aveva lasciato delle maglie aperte. Pensavo che di fondo quelle sono domande vere. Il rumore della email in ingresso sul mio blackberry suonò peggio di una sveglia lasciata accesa il sabato mattina che ti porta via i sogni, i pensieri (che nei momenti più belli sono la stessa cosa). Presi il telefono, codice di sblocco lettura mail. Inizio della giornata lavorativa. Fine delle domande. Di quelle domande.
La giornata andò avanti con una bella dose di mail cui rispondere, meeting, qualche call, qualche sfogo da parte dei colleghi condito da incazzature varie. Chiudo due excel e outlook. Il sole è già andato via da un pezzo: è ora di cena. Spengo il computer per tornare a casa. Mi sale un leggero mal di testa e la sensazione di aver dimenticato da qualche parte qualcosa che non ricordo. O che forse preferisco non ricordare.
Ovviamente, i giorni successivi scorrono conditi da quel ritmo mail-cellulare-riunione-file solito, con tensioni variabili a seconda delle consegne e stanchezza costante. Mi verrebbe quasi voglia di rappresentarli su un piano cartesiano per scoprirne una qualche relazione. Tutto normale, diciamo così. Fino ad una domenica in cui a pranzo mi ritrovo a parlare a tavola, in famiglia ed esce fuori una parola dal sapore misto fra business e novità-americane-di-tendenza: coaching!

Il coaching, amore a prima vista. O no?!

Sarò sincero il primo impatto non fu il classico colpo di fulmine. Il mio personal controllore bollò subito la parole come : argomenti cui non prestare interesse e dimostrare una cortese indifferenza. In effetti ascoltai quello che veniva detto e piano piano una sorta di eco, risuonava dentro di me. Forse ero più colpito dal fatto che uno, per lavoro, si dedicasse al prossimo per cercare di tirarne fuori il meglio. Bella cosa, un po’ da film ma una bella cosa. Non so come si possa poi misurare la resa di questa attività, il risultato, però… una cosa era certa qualcosa in me era attratto da questa cosa, mi aveva incuriosito, come l’inizio di un libro in cui vuoi vedere come va a finire (se il paragone è troppo da vecchi, va bene anche per la serie televisive o la motogp di quest’anno).
Bene. Dopo qualche giorno decisi di scoprire che cos’è fare coaching. Chiedendolo per me stesso. Ripeto: all’inizio c’era molta curiosità, tuttavia leggere su wikipedia che cosa fosse il coaching (cosa che ho fatto), fare ricerche su blog specializzati (cosa che ho fatto) e chiedere a colleghi se e quale esperienza avessero avuto a riguardo (… fatto anche questo) rende l’idea di come è fatto questo percorso.
Oggi sto completando il percorso che ho iniziato assieme alla mia coach Nadia. E’ stato, ed è, un viaggio in cui si guida (coach) in due e in cui si (ri)scopre molto di se stessi. Avere uno spazio per sé, in cui essere ascoltati, in cui avere il tempo di pensare a se stessi e di ripensarsi è essenziale. Lo avverto particolarmente per i ritmi che la vita impone.
Mi stavo dimenticando: i risultati. Al momento lavoro sempre nello stesso posto di quando ho iniziato il percorso di coaching. La differenza è che la palla è tornata a me. Quelle domande non sono degli orpelli filosofici che si possono eliminare. Piuttosto sono la bussola che mi porto dentro, per capire dove devo andare. Per riprendere in mano quello che faccio, senza dover subire gli avvenimenti. Certo non tutti i problemi sono risolti e forse alcuni non lo saranno neanche nel futuro.
Però sta a me decidere come starci di fronte. Per come sono.

Written by MyEmotional Team